Di nuovo qui     20-08-2008  

Mi hanno scassinato il beauty, rubato creme e campioni di profumi, la sim olandese di Fran e un bagnoschiuma alla menta, incredibilmente prezioso perché qui non lo trovo. Il furto è avvenuto a Roma perché l’aeroporto di Rotterdam è microscopico e dalla vetrata si vede quando scaricano i bagagli.
La casa è ricoperta da ragnatele e dalla vite americana, che quasi ci voleva la falce per passare, piove, ma non mi dispiace.
Quest’estate ho conosciuto un mucchio di gente di Parma, però poi ci sono venuti a trovare delle persone da Modena. Finalmente assaggerò le tigelle, ché sono anni che ascolto descrizioni che m’incantano. Ieri sera mi sono quasi commossa quando hanno scaricato la macchina per prepararle e il ripiano per impastarle. E non ci ho pensato un attimo a offrigli la moka che avevano dimenticato. 
Però già che ci sono potrebbero preparare anche il ragù.
Ma non voglio fare la sfacciata, mi limiterò a comprare gli ingredienti e poi si vedrà.
Nel frattempo vado ad occuparmi dei ragni.

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Se mi rilasso collasso     06-08-2008  

È la scritta sulla maglietta azzurra che indossa Fran tutte le sere insieme ad altri trentaquattro quasi come lui. Fa il cameriere di sagra.
Mi diceva una tipa con cui chiacchiero certe volte al mare che a una sagra, se ci sai fare, puoi guadagnare più di uno stagionale. Lei, questa tipa, fa la cameriera al ristorante di un campeggio ma ci va malvolentieri da quando il cuoco l’ha approcciata.

Le solite tristi storie.
Quello che non mi va giù, mi raccontava la tipa, è che quando l’ho riferito alla principale, questa mi ha risposto: eh, per così poco! Una donna! Capito, è una donna che commenta così.
E ci ha piazzato sopra una bestemmia, ma in maremma le bestemmie fanno parte della lingua.
Comunque, saperci fare. Nel caso di Fran non c’entra molto il fatto di sapersi comportare, servire velocemente, catturare lo sguardo di chi sta per avvicinarsi in modo da convincerlo a sedersi a un tavolo della fila di sua giurisdizione. Perché, per non scontentare nessuno, hanno preso tutti quelli che si sono presentati il primo giorno: trentacinque, troppi, e quindi a ogni cameriere spettano pochi coperti. Li pagano a coperti. Cinquanta centesimi a coperto più le mance e la cena che consumano tutti insieme alle diciotto e trenta, ma anche a sagra chiusa. Ma le mance…
Ieri notte è arrivato un gruppo di olandesi e glieli hanno lasciati servire a Fran, anche se non erano della sua fila, e insomma questi olandesi hanno chiesto a un certo punto se per ordinare altre due porzioni di riso alla pescatora dovessero fare di nuovo la fila alla cassa.
In teoria, sì, ha risposto Fran, ma ve le posso portare io gratis. Tanto non se ne accorgono.
Grazie grazie grazie! Hanno detto questi olandesi. “E non la finivano più di ringraziare. Era quasi imbarazzante. E poi se ne sono andati via così, senza guardarmi più, e senza lasciarmi manco una moneta. Io li fissavo da tre metri di distanza, ma pareva proprio che in un angolo del campo di calcio fossero atterrati gli alieni, erano tutti concentrati con gli occhi in quel punto affascinati dalla nave spaziale che solo loro avevano il privilegio di vedere”.

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Tipe da spiaggia     03-08-2008  

La spiaggetta dove prendo il sole è di sesso femminile. Non femmina che é un’altra cosa. Mentre la componente maschile che calpesta la sabbia è insignificante. Flosci discendenti bruciati abbronzati palestrati noiosi e annoiati.
Sono le donne a usare gli arpioni per catturare i polpi, sono sempre donne quelle che s’incazzano e redarguiscono queste orchesse che, per farsi un “sughetto come si deve”, trafiggono dei polpi neonati.
Ognuna di loro meriterebbe una descrizione dettagliata. Ma non ho voglia di scrivere adesso, preferisco andare a farmi un bagno prima che la corrente cambi.

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All’ora di pranzo faccio il bagno in un mare quasi trasparente e quasi deserto, fisso le colline che circondano la spiaggetta e mi dico che è proprio una fortuna che questo pezzo di toscana non sia più di moda, ma è anche merito dei toscani e dei loro modi poco gentili con i turisti, e del fatto che non si siano inventati nulla per far passar il tempo a chi veniva qui, e infatti la sera c’è poco da fare, a meno che non si abbia voglia di montar in macchina e farsi venti o trenta chilometri, e poi grazie anche agli etruschi e alle loro anfore che potenzialmente potrebbero essere qui sotto e del conseguente divieto di edificare, e infatti non ci possono stare nemmeno le case di plastica su questa terra. Se d’estate siamo pochi, d’inverno non circola proprio nessuno, tranne un mio amico che un paio d’anni fa ha deciso di trasferirsi qui, il primo anno alternava, un mese in maremma un mese a roma, quest’anno invece se l’è fatto tutto, è tornato in città solo per natale.
E com’è com’è? Glielo ho fatta in mille modi diversi questa domanda ieri sera, e lui mi rispondeva, mi spiegava, mi descriveva, mi raccontava, le passeggiate su e giù per le colline con il suo cane, l’ora in cui si alza la mattina, quando va a fare la spesa, quel pomeriggio di inizio novembre in cui tirava un vento tiepido e ha dovuto spegnere da solo la sterpaglia che bruciava perché i pompieri non arrivavano, ma alla fine non sono riuscita a immaginarmi veramente come potrebbe essere.

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Lui c’ha la macchinetta     24-07-2008  

La discussione della notte si svolge al telefono, con Fran, e riguarda l’orario.
Posso prendere il taxi?
Il taxi, ma basta con ‘sto taxi è un’usanza d’olanda, questa, qui siamo a roma e si va con l’autobus e a piedi!
ma faccio a mezzi con Andrea,
ma no,
ma questa è l’ultima sera perché,
che noia questa storia delle ultime, a che ora torna Edoardo?
Quando gli pare!
Seee e come?
Con la macchinetta. Lui c’ha la macchinetta.

Ma com’è fatta ‘sta macchinetta? Alcuni ce l’hanno, altri la vorrebbero, sulla rete non ne ho mai letto nulla e per le strade non la vedo o forse l’ho vista e non ci ho fatto caso.
Per esempio oggi osservavo un paio di becchini svestirsi dei loro abiti: via la giacca nera, via la cravatta improbabile, via la faccia da manichino, e quando erano due qualunque sono saliti su una scappottabile bianca.
I becchini c’hanno la mercedes scappottabile, ho detto.
Ma no, zia. Mi ha corretto mia nipote. E’ una peugeot: c’è il leone.
Mentre fissavo il leone che rimpiccioliva, mi è venuto in mente che i becchini vestono come gli agenti immobiliari, ma con colori più netti, senza sfumature.

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Un ragazzo, un africano, con una paio di pantaloni blu un po’ rigidi per la vernice che si è seccata sulla stoffa e una maglietta bianca anche questa schizzata di vernice e di polvere, chiede un caffè e un gratta e vinci da cinque.
La tabaccaia, una donna di una discreta età con i capelli in piega di un biondo non vistoso, risponde: non ce l’ho da cinque, ho quelli da dieci però.
Allora solo il caffè, dice il ragazzo.
Prendilo da dieci, dice la donna con un sorriso malizioso e glielo porge, sfumando il sorriso. La prossima volta non lo compri, aggiunge con lo sguardo serio.
Il ragazzo fissa per qualche istante il pezzetto di carta, poi sfila la mano dalla tasca, la solleva davanti alla donna, come per dire: basta così. Solo il caffè, ripete.

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E speriamo che se la cavi     14-07-2008  

Ritorno dalla mia isola preferita e scopro che il gatto è scomparso. Da una settimana, dice la mia amica che il pomeriggio veniva a dargli da mangiare e a innaffiare le piante. Non ti ho chiamato perché che cosa avresti potuto fare da lì?
E’ vero non avrei potuto fare nulla.
E così suono ai citofoni degli ultimi piani dei palazzi adiacenti, chiedendo: scusate avete visto per caso un gatto? Ma nessuno l’ha visto. Hanno visto la gatta della vicina, di cui mi forniscono una descrizione dettagliata. Talmente dettagliata che mi sbigottisce un po’: sembrano tutti così distratti e invece.
Arrivo all’ultimo palazzo, sto dicendo al citofono a una donna: è identico a Gatto Silvestro, sa quel personaggio dei cartoni …quando sento un miagolio nervoso da sotto una macchina e poi compare lui, Silvestro. L’abbiamo portato al ps vet e pare che se la caverà. Certo, ci hanno detto, se è sopravvissuto una settimana dopo essere volato giù: che gatto!
Ma io non ci credo che sia caduto. Deve essere sceso in qualche altro modo e poi una macchina deve averlo investito. Come si può sopravvivere cadendo da un’altezza simile. O forse è atterrato sull’albero. Chi lo sa com’è andata. Domani lo porto da un altro vet.

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Ama non Ama     26-06-2008  

Il topo l’abbiamo visto lunedì notte, Fran e io. Grigio e grasso, il pelo stropicciato, dimenava un poco la coda, la testa incastrata nella fessura di una finestra di una cantina, il corpo sull’intelaiatura che dà sulla strada.
Martedì l’ho rimosso, ma mercoledì mattina l’ho notato di nuovo, la coda ormai immobile e presumibilmente rigida, ho citofonato a un paio di cognomi del portone vicino alla finestra,  ma non mi ha risposto nessuno. Alla fine ho letto la targhetta di un ufficio: No Panic, e ho spinto quel pulsante lì, ma c’era solo la segretaria che non sapeva nulla delle cantine.
Ma quando arrivano loro lo sanno di sicuro, loro conoscono tutti, mi ha detto con l’espressione competente.
Glielo dici.
Certamente.
Ha risposto proprio così: certamente. E suonava un po’ finta come parola, pronunciata da lei. Difatti non glielo ha riferito, a loro, e alle tre il topo era ancora lì. Ho citofonato ancora. Ha risposto una donna anziana, un po’ sorda. Dopo aver urlato che c’era un topo stecchito in principio di putrefazione, mi ha risposto, anche lei urlando, che non apre mai a nessuno.
Poi ho parlato con una ragazza, una babysitter, ha detto.
Informerò la signora appena arriva.
Ma poco prima di mezzanotte il topo era ancora lì: pareva uno di quei palloncini che pian pian si sgonfiano.
C’era un ragazzo che stava uscendo dal portone e quando ha notato il mio cane ha avuto un sussulto.
Ho accorciato il guinzaglio.
E’ un cucciolo, mi ha chiesto.
Sì, ha quattro mesi e mezzo.
Ah, allora.
E quasi stava per fargli una carezza.
Abiti qui, gli ho domandato. Perché c’è un topo morto lì, vedi.
Si è avvicinato alla finestra perché nella semioscurità non si vedeva bene.
Che schifo! Ha detto.
T’informi di chi è quella cantina? Bisogna assolutamente toglierlo da lì.
Ha risposto che avrebbe contattato l’amministratore, che era pericoloso, con questo caldo, tenere quella roba marcia a portata dei gatti.
Ma oggi il topo c’era ancora. Siccome nel frattempo avevo conosciuto uno spazzino, per il fatto del cane perché lo spazzino ne ha due e i proprietari dei cani si parlano sempre, sono andata a chiamarlo.
Non sarebbe di mia competenza, ha detto, ma lo tolgo.
E mi è venuto dietro con scopa e paletta. Anche un altro tipo ci ha seguito, un tipo che era amico del netturbino, per vedere il topo morto.
Non è di mia competenza, ha detto dopo averlo osservato ben bene.
La testa sta all’interno della cantina e il corpo sul bordo della finestra. Nessuna parte del topo tocca la strada. E poi è incastrato.Lo deve togliere il proprietario.
A quel punto il tipo che era venuto con noi si è messo a ridere e ha cominciato a fargli le battute oscene.
Alle cinque di oggi pomeriggio il topo era ancora più esile e disgustoso. Una manciata di mosche gli ronzava intorno. Ho chiamato il Comune, gli ho spiegato la storia, mi hanno consigliato di chiamare l’Ama.
Ma con l’Ama ci ho parlato stamattina!
E chi altro può chiamare. I vigili urbani: no. Quelli del fuoco nemmeno. Non c’è un pericolo imminente. Non le resta che riprovarci con l’Ama.

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Inseguendo l’ombra     24-06-2008  

Qual è il primo oggetto che mi è saltato agli occhi osservando la scrivania di una donnina magra con due occhi enormi,ingigantiti, credo, dalle lenti e impiegata del Comune di Roma? Oggetto che appena l’ho identificato mi ha fatto sobbalzare perché anche la donnona dagli occhi azzurro-acqua piccoli e rotondi impiegata del Comune di W. lo possiede.
Qual è?
E’ una manina! La manina su cui entrambe tengono il cellulare mentre rispondono al pubblico.
Poi mentre tornavo dentro un locale, in cui prima c’era una lavanderia, ho visto un Budda alto più di tre metri e tutt’intorno decine e decine di lumini rossi accesi.
E dopo un po’ una slava infilata a metà in un cassonetto che tentava di pescare vestiti.
Non sono una zingara, mi ha detto. Sembro ma non lo sono.
Anche se io non le avevo chiesto nulla. Le avevo detto, invece, che avevo un po’ di vestiti da regalare.
Sono della mia taglia, mi ha chiesto.
No, più piccoli.
E allora non li prendo.
Ma puoi venderli, no?
Tanto non me li comprerebbero, pensano che sono una zingara e non si avvicinano.

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Come i bambini     20-06-2008  

I miei amici si stanno sparando una settimana a Gerba. Io invece no. Mi piacerebbe, eh, ma c’ho i lavori da fare.
Chi mi parla è un tipo un po’ viscido, belloccio, uno che sembra saltato fuori dal grande fratello, ma presto mi abituerò al “passaggio”e la sensazione di avere davanti a me un personaggio che sbuca dallo schermo scomparirà, lo so.
Io mi sono fatto da solo, ho cominciato con poco, ho lavorato come un matto, e adesso a trent’anni lavoro tanto uguale, però c’ho la tranquillità economica, dice.
Dopo questa premessa mi aspetto qualche commento sulla sicurezza che non c’è, sulla paura di girare per le strade, di frequentare certi locali perché questo tipo qui, oltre ad essere un ipotetico personaggio di un reality, sembra la fotocopia di un altro che ho conosciuto all’aeroporto.
Ma sono tutti uguali, mi chiedo, sono tutti uguali sia nei discorsi che nelle facce? Il tipo dell’aeroporto a un certo punto si è sbottonato e si è messo a dire che dovrebbero spedirli in galera o a casa, quelli che vengono a rubarci il pane dalla bocca.
E anche questo tipo qui, il sosia di quello dell’aeroporto e di un personaggio del reality, attacca a parlare di emigranti: “che poi in Italia sono diventati tutti razzisti, ma non hanno capito niente, gli emigranti non rubano il lavoro a nessuno, sono loro, gli italiani, che certi lavori non li vogliono fare perché s’impolverano le mani, e sudano, e faticano troppo. Io ho avuto gente di tutti i paesi e mai un italiano, l’unica italiana è stata la segretaria, ha finito il periodo di prova e subito si è ammalata, e ancora deve tornare. Loro invece lavorano. Lui è moldavo e lui è del Bangladesh, ma prima di venire qui ha lavorato in Egitto, in Grecia, a Dubai e in un sacco di altri posti”.
Ho scritto un romanzo su tre emigranti, dico io a un certo punto, dove c’è un pezzo in cui descrivo l’arrivo di uno dei tre in Sicilia, con una barca.
Loro sono venuti con le barche, tutti e due. Ehi, Sa’id racconta come sei arrivato in Italia.
Sono partito dalla Libia e poi mancava l’acqua.
Ancora non parla bene l’italiano, ma sta imparando in fretta.
E questo sosia del tipo dell’aeroporto e di un mucchio di altri e che però ragiona diverso, mi sembra simile alla faccenda delle cacche dei cani. Nel quartiere in cui abito ci sono delle strade che sono bombardate, e vedo certe poverette costrette a sollevare i passeggini per dei lunghi tratti, ma stasera sono stata in un giardino che si trova a duecento metri da queste strade qui, e in questo giardino c’è un recinto con un cancelletto dove puoi lasciare il cane libero e ci sono delle panchine, un tubo di gomma che riempie d’acqua un recipiente per far bere i cani, e una paletta, una scopa, un secchio e un cartello su cui c’è scritto di mantenerlo pulito, questo posto, e i padroni dei cani che erano lì stasera, io li avevo già visti sulle strade del quartiere: fissavano il nulla pensierosi, mentre i loro cani facevano quello che dovevano fare, e poi se ne andavano via sempre distratti, e invece stasera in questo giardino qui scattavano come molle dalla panchina se i loro cani facevano quello che dovevano fare.
Era il cartello a fare la differenza? Ma dai io non ci credo!

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